Economia sommersa, di cosa si tratta e come si combatte

Economia sommersa, di cosa si tratta e come si combatte

L’economia sommersa indica l’insieme delle transazioni e delle attività economiche che, per determinate caratteristiche, sfuggono all’osservazione statistica e dunque alle alle rilevazioni ufficiali della contabilità nazionale e al regime fiscale di un Paese.

Cause dell’economia sommersa

Tra le cause principali dell’economia sommersa vi è il lavoro nero, l’evasione fiscale, la frode fiscale, il riciclaggio di denaro e altre attività illecite.
L’economia sommersa si può dividere in diversi segmenti:

  • economia sommersa e illegale – l’economia sommersa derivante da attività criminali;
  • economia sommersa e informale – la parte delle attività economiche e degli scambi tra le famiglie e tra famiglia ed impresa come il lavoro domestico di un familiare ;
  • sommerso economico – la parte non misurabile a causa dell’evasione e della frode fiscale;
  • sommerso lavoro – quando il lavoro non è regolarizzato (lavoro nero);
  • sommerso d’impresa – la parte derivante dalle imprese nascoste al fisco e alle istituzioni;
  • sommerso statistico – la parte di economia che non si riesce a misurare per difetti o per mancato aggiornamento del sistema di rilevazione.

L’economia sommersa è presente in Italia come ogni Paese. Si osserva una correlazione positiva dell’economia sommersa alla pressione fiscale ed una correlazione negativa al sistema dei controlli fiscali e delle sanzioni.

L’economia sommersa in Italia

Guardando alle recenti rilevazioni ISTAT si nota che nell’ultimo biennio si è avuto un nuovo aumento delle attività irregolari, coinvolgendo oltre tre milioni di lavoratori. L’incidenza del lavoro nero sul PIL nel Sud è pari al 18.3%, a fronte dell’11.8% nel Centro-Nord.
Non vi è dubbio che l’espansione dell’economia sommersa – non solo in Italia – costituisce un ulteriore esito della grande recessione, per almeno due ragioni. In primo luogo, l’aumento della disoccupazione e il calo dei salari nei settori regolari dell’economia incentivano un numero crescente di individui a offrire le proprie prestazioni lavorative nel settore irregolare. In secondo luogo, la riduzione dei margini di profitto delle imprese può spingerle a collocarsi in segmenti irregolari del mercato, per garantirsi la sopravvivenza attraverso la compressione dei costi di produzione – e dei salari innanzitutto – in violazione della normativa vigente.

Per quanto attiene alle politiche del lavoro, la legislazione vigente prevede misure meno punitive per chi esercita attività irregolari rispetto alla normativa che la ha preceduta. Il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, pone come primo obiettivo la ‘semplificazione’ dell’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione.

Si tratta di provvedimenti che rispondono, in ultima analisi, a un’impostazione tautologica e che, per le ragioni a seguire, appaiono sostanzialmente inefficaci. L’impianto è tautologico dal momento che, poiché il sommerso esiste perché esistono regole, la deregolamentazione dei contratti di lavoro ’regolarizza’ lavoro nero perché ope legis riduce le norme a tutela del lavoro dipendente.

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